Davanti a Capo Caccia, imponente promontorio che domina dall’alto l’intero golfo di Alghero, il mare non mi ha mai trasmesso tranquillità.
La prima sensazione è sempre stata un’altra: profondità. Quelle pareti a strapiombo sul mare danno l’impressione che sotto la superficie esista qualcosa che non riesci davvero a misurare. Non solo per distanza o per buio, ma perché sai che una parte rimane invisibile anche mentre la stai guardando. Negli ultimi tempi ho iniziato a pensare che il mio “mare interiore” assomigli molto a quella sensazione. Me ne sono accorto quando ho iniziato a riconoscere dentro di me emozioni contrastanti. La voglia reale di cambiare qualcosa della mia vita e, nello stesso momento, la paura di ciò che quel cambiamento potrebbe portarsi dietro. A volte mi sento pronto a lasciare andare abitudini, modi di pensare, versioni di me che non sento più davvero mie. Altre volte, invece, resto fermo. Continuo a pensare invece di decidere, come se ogni scelta dovesse essere completamente sicura prima ancora di essere vissuta. Più provo a controllare tutto, più finisco per bloccarmi. Trasformo ogni decisione in qualcosa da analizzare fino allo sfinimento. Immagino conseguenze, errori possibili, scenari alternativi. E nel frattempo rimango immobile, sospeso in una specie di attesa che non porta da nessuna parte. Credo che una parte della mia rabbia nasca anche da lì. Non dalla superficie, ma da tutto quello che si accumula sotto. Dalla fatica di non riuscire a capire veramente chi sono, o forse dal tentativo continuo di volerlo definire con precisione assoluta. E così basta poco per irritarmi. Piccole cose, momenti insignificanti, parole dette nel momento sbagliato. Come se l’agitazione che provo dentro cercasse continuamente un punto da cui uscire. Per molto tempo ho pensato che conoscere sé stessi significasse trovare chiarezza, equilibrio, tranquillità. Oggi non ne sono più così sicuro. Forse il mio mare interiore non è un posto calmo.
Forse è semplicemente il luogo in cui smetto di fingere di capirmi completamente. E forse la parte più difficile non è attraversare quella profondità, ma accettare che alcune cose dentro di noi possano restare indistinte ancora per molto tempo. Quando guardo il mare da quella costa, non ho la sensazione di trovare risposte definitive. Però sento qualcosa di più onesto: la possibilità di restare davanti a ciò che non riesco ancora a nominare, senza scappare subito dalla sua profondità.
